A mo’ di introduzione

Lo spaesamento è la condizione psicologica, direi quasi sentimentale di chi si sente spaesato, smarrito, perché è stato costretto a partire, ad allontanarsi dal proprio ambiente abituale (nel caso della mia ricerca, si tratta di alcuni paesi calabresi, di piccole comunità agropastorali che, come molte altre, sorgevano e sorgono sulle colline joniche: Cropalati e Paludi). Lo spaesamento è la condizione di chi non è più del/in paese, di chi non si sente più a casa. Ed è uno stato d'essere che riguarda non solo chi lascia un luogo, ma anche chi vi resta. E forse è lo stesso borgo a spaesarsi, a non riconoscersi più. Spaesamento: sembra un participio (sempre) presente per chi parte, per chi resta e per gli stessi borghi che, proprio come corpi umani, dimagriscono repentinamente e mutano aspetto, apparendo deformi, innaturali, spaesati e spaesanti. Nel titolo ho deciso di declinare al plurale lo spaesamento non solo perché sono tantissimi coloro che hanno lasciato il proprio paese (28 milioni di italiani, 2 milioni di calabresi, centinaia dai 2 borghi oggetto della mia ricerca: una vera è propria “alluvione migratoria”), ma anche perché tocca per così dire una pluralità di categorie e soggetti: chi parte (moto da luogo), chi resta (stato in luogo) e il luogo stesso. In ogni caso, come dice in modo straordinario Vito Teti, c'è sempre un luogo che aveva un'identità e che, in seguito ai tantissimi abbandoni, muta aspetto, e con esso muta chi resta: "i restati".

Forse chi parte sente più forte il senso di smarrimento, ne è più cosciente perché dal contesto esterno è costretto quotidianamente a confrontarsi con la perdita di ciò che era prima, di ciò che non ha più. Interessante ed eloquente a tal proposito è il modo in cui gli emigranti vengono chiamati, a secondo del luogo in cui si trovano: per esempio, un calabrese che è emigrato in Argentina sarà chiamato tano (aferesi di napoletano che passò a designare l’emigrante italiano in generale e tutti i suoi discendenti) in Argentina e 'mericano (‘americano’) in Calabria. In definitiva, i primi emigranti vivono in un limbo perenne fra il non più e il non ancora, né carne né pesce. Come se fossero sempre fuori luogo, mai a casa. Penso ai primi calabresi (ma la dinamica riguarda tutti gli emigranti, almeno quelli italiani) che emigrarono in Argentina fra la fine dell'Ottocento e l’inizio del Novecento. Ed in particolare, penso alla lingua che parlavano: il cocoliche. Una lingua mista: né italiano, né dialetto, né spagnolo. Una lingua momentanea, transitoria, non trasmissibile. Una lingua senza radici, che non consente di appaesarsi. E proprio questa lingua intrasmissinile è stato il motivo per cui sono andato in Argentina.