Sono andato in Argentina per studiare il cocoliche a teatro, ma mi sono trovato catapultato nella comunità cropalatese di Buenos Aires e allora la mia ricerca e direi anche il mio modo di guardare al mondo è cambiato. Partito con il mio amico Fabrizio da Cropalati il mattino dell'8 aprile 2013, ho vagato per aerei, macchine, autobus, capitali (Roma, Madrid, Buenos Aires), popoli (argentini, italiani, sagnoli), e dopo 30 ore mi sono ritrovato dall'altra parte del mondo: 12 mila chilometri di distanza, 6 di fuso orario rispetto all'Italia. Mi sentivo alquanto spaesato. Ma il sentimento di spaesamento misto ad un'emozione fortissima è cresciuto quando sono andato a casa di un'anziana cropalatese che mi aspettava a San Martin, quartiere alla periferia di Buenos Aires. In cima alle scale trovo Chiara Boccuti vestita come mia nonna tutta di nero, compreso il velo. Mi accoglie con un "bonuvenuto e ru paisammiu!", dove "paisammiu" è detto tutto attaccato, tutto d'un fiato, perché il paese non si separi mai da lei, perché il paese è ancora suo, nonostante sia partita 66 anni fa. Mi sembrava di sentir parlare mia nonna: suoni antichi come "cannarozzu" riempiono la stanza e si mescolano a quelli della radio sintonizzata su un programma di musica italiana; do un'occhiata all'arredo e mi sembrava di essere in una casa di Cropalati. Dopo 30 ore di viaggio, sembrava di essere tornato a casa: i 12 mila chilometri erano svaniti nell'altarino votivo a Sant'Antonio Abate, nei ritratti appesi, nelle foto dei defunti con lumini accesi, nella gigantografia di Cropalati che campeggiava sul muro di Cropalati, nella sardella che ci ha offerto come aperitivo. Ero dall'altra parte del mondo, in un contesto lontanissimo e diversissimo dai borghi della collina jonica, ma mi è bastato aprire una porta, e come per incanto mi sono ritrovato a Cropalati.

"Cu la capu cà e cu lu cora là"

"Che ci faccio qui?" mi sono chiesto, mentre la radio continuava a mandare musica italiana e Chiara ci raccontava della sua partenza, del marito e di una vita vissuta "cu la capu cà e cu lu cora là". Ho capito subito che non ero là solo per raccogliere materiale e verificare se ancora si parlasse cocoliche a teatro. Mi è bastato vedere come Chiara (za' Chiara e' pagghjetta) mi guardava mentre parlava e fissava le immagini di Cropalati per capire che lei di quei posti non potrebbe fare a meno, per capire che mi chiedeva si raccontare il suo spaesamento, quello mio, quello di Fabrizio, quello di tutto un paese finito sul muro di una casa della periferia di Buenos Aires. E così il viaggio, la mia ricerca non si è risolta in una serie di ricerche bibliografiche o in una serie di incontri fra un intervistatore ed un informatore, da cui prendere le dovute distanze. Ogni incontro si è tradotto in un legame intenso, profondo, con persone che hanno un forte senso del luogo in cui sono nati, ed a volte rivelano fortissimo il desiderio di tornare. Tutte in qualche modo mi chiedevano qualcosa, come se mi aspettassero e aspettassero di essere raccontati. Come direbbe Teti "sono persone che mi hanno aperto le loro case, i loro cuori. Con loro ho condiviso cene infinite ed emozioni fortissime. Le porto dentro tutte con nostalgia".

L'immersione nella comunità della Cropalati argentina mi ha riportato quando ero piccolo, e vedevo intere famiglie e i miei amici che lasciavano le loro case e fuggivano in Germania. Mio padre stesso era emigrato in Germania. Le fabbriche tedesche, le vie di Singen (vicino Stoccarda) diventavano una sorta di estensione del mio Paludi, mi pareva di conoscerle. Era in atto la seconda ondata migratoria verso il nord Europa e noi bambini, per colmare le assenze ed attenuare lo spaesamento, tutti i giorni andavamo con la fantasia in Germania e in Svizzera: come se bastasse affacciarsi alla finestra della scuola elementare di Paludi e vedere Zurigo, vedere mio padre e i miei zii che tornavano dalle fabbriche. Con questi sentimenti, ho continuato ad incontrare, ascoltare, intervistare gli emigranti cropalatesi di prima, seconda e terza generazione. Alcuni, in seguito alla mia visita, hanno deciso di venire in Italia per le vacanze estive. La maggior parte degli emigrati di prima generazione (quelli nati in Calabria) vivono l'emigrazione come esilio, come condanna. Condannati a vivere per sempre scissi, con il corpo in un luogo ed il cuore dall'altra parte. In alcuni casi e in modo diverso, ho ritrovato un forte legame con la terra d’origine anche nelle seconde generazioni: "Io mi sento che ho grande parte italiana, e quando vengo in Italia sento di far parte di questo mondo, però sono argentina! Sono nata qui, sono 61 anni che sto qui e quindi mi sento argentina. Però, sento nel cuore forte il legame con l'Italia soprattutto perché i nostri genitori ci hanno trasmesso l'amore per l'Italia e per la famiglia (zii e cugini) rimasti in Italia e con i quali sono sempre stata molto in contatto".