Arrivato a Montreal, ho avuto modo di sperimentare sin dall’inizio l’ospitalità e l’affetto del Comites (Comitato degli italiani all’estero), del suo presidente, dei tanti italiani (200.000) che vivono in città.

Montreal è una città europea, molto francese. Il fiume San Lorenzo la circonda quasi tutta, facendone di fatto un’isola senza mare. Sono tutti gentili: se chiedi un’informazione in italiano e dici che parli solo italiano, si scusano per non saper parlare italiano e cercano comunque di aiutarti, magari impostando il traduttore sul cellulare. In verità io ho visitato molto poco la città. Solo l’ultimo giorno sono stato nella parte antica, dove sorgono il porto vecchio ed il bellissimo palazzo Marchè Bonsecours, un tempo sede del mercato cittadino. In precedenza, nei giorni prima e dopo il convegno all’Università di Sherbrooke (motore primo della mia venuta in Canada), sono andato alla ricerca dei luoghi dove oggi si incontrano gli italiani. Avrei voluto vedere anche i luoghi in cui si incontravano una volta (la Chiesa della Consolata nel quartiere di Papineu; Mount Royal che gli emigranti chiamavano “la montagna”, dove la domenica passeggiavano e facevano la spesa), ma è mancato il tempo. Comunque, tra un espresso al caffè “Foggia” ed un panino al caffè “Milano” ho conosciuto un pezzo di Italia in Québec. Siciliani, molisani, calabresi, abruzzesi, napoletani, avellinesi, friulani: ho incontrato gente proveniente da quasi tutte le regioni d’Italia, ho partecipato a grandi eventi, ma soprattutto ho avuto ancora una volta il privilegio di raccogliere storie minute e preziose, a cominciare da quella di Elio De Lauri.

Elio De Lauri è una persona che ti disarma con la sua semplicità. È nato in provincia di Avellino negli anni Trenta. In Italia ha imparato l’arte della pasticceria e della cucina che poi ha messo a frutto qui a Montreal, in rue Bellechasse. Porta l’Italia nel cuore, ma è contento di vivere in questa parte d’America. È il mio primo giorno canadese, oggi si vota per eleggere il nuovo primo ministro, io vado a cena da Elio con il Presidente del Comites. Elio ci accoglie con affetto e calore: dice al nipote Filippe (no, non è un refuso o un errore, si scrive e si legge proprio così: “Filippe!”) di portarci una pizza e le sue speciali polpette al sugo, poi si siede al tavolo con noi, apre una bottiglia di vino rosso e comincia a raccontare la sua storia. Ha piccoli occhi neri, intelligenti, sempre mobili. Mentre parla mi guarda con tenerezza. Di tanto in tanto, commentiamo i primi risultati delle elezioni governative; di tanto in tanto, Elio si interrompe per salutare qualche cliente, per andare alla cassa o in cucina. Poi torna, riempie i bicchieri di vino e ricomincia a raccontare. Quella di Elio è una nostalgia che non attanaglia, non seppellisce chi la prova sotto il peso della sofferenza per la patria perduta, per ciò che non è stato. La sua pizzeria in è un’istituzione a Montreal. Si è trasferito qui negli anni Cinquanta e da allora il suo locale è diventato il ritrovo di tanti italiani e quebecchesi: tutti, andando e venendo, salutano in italiano, in omaggio al proprietario. Se la sera passi da Elio trovi sempre un italiano, un paesano con il quale parlare in lingua madre di calcio o di cose italiane. Siamo in Canada, la tv annuncia che Tudrou è il nuovo presidente del governo, ma se chiudo gli occhi, tutto diventa più sfumato, incerto. Tutto mi sembra più familiare e per un attimo mi sembra quasi di essere tornato in una piazza d’Italia.