A proposito di spaesamenti e di Calabria, oggi voglio segnalarvi un libro che racconta di erranze multiple, un libro pubblicato dalla Rubbettino: casa editrice calabresissima.

Dopo il successo di Altre stelle uruguyane (Rubbettino, 2013), lo scrittore ticinese Stefano Marelli torna in libreria con un nuovo romanzo: A dime a dozen, edito sempre dalla Rubbettino nel 2016. Per capire il perché di questo titolo bisogna andare alla Parigi degli anni Venti, quando la capitale francese è in pieno fermento: le più grandi personalità dell’arte e della cultura vi convergono. Fra queste, arriva a Parigi il giovane Ernest Hemingway, il cui secondo nome era Miller. Proprio a Parigi, nel 1922, alla Gare de Lyon, la moglie di Hemingway perde una valigia che conteneva tutto quello che lo scrittore aveva scritto sino a quel momento.
Da questo episodio realmente accaduto prende le mosse il romanzo di Marelli. Protagonista è Miller (che deve appunto il nome allo scrittore americano), nato a Trieste nel ’45 da una crocerossina lombarda e da un soldato americano amante di Hemingway. Rimasto orfano presto, Miller cresce con i nonni materni (fra Cantù e le estati nella Val d’Intelvi a Schignano) e con il mito dell’America che imparerà a conoscere attraverso i romanzi di Hemingwey che ritrova fra le cose lasciate dal padre. Verso la fine del libro, a Schignano, Miller scopre nella soffitta del vicino una borsa che potrebbe essere fra le cose perse dalla moglie di Hemingway. La apre e vi trova un manoscritto la cui prima pagina porta la scritta “A dime a dozen”.
Il libro è dunque un giallo letterario, ma non solo. È una storia di amori e di amicizie che viaggiano lungo il tempo e portano i protagonisti ad attraversare luoghi e continenti diversi. Dunque, un romanzo stratificato nello spazio e nel tempo: se il tempo del racconto è quello contemporaneo, ed il luogo è il Nord Africa prossimo alle primavere arabe, i tempi delle storie si rincorrono, dando vita a continui salti temporali. L’autore dimostra di saper maneggiare quasi sempre con sapienza i tanti andirivieni, attraverso un continuo gioco di rimandi ed incastri. Si passa dalla Parigi degli anni Venti, all’America degli anni Sessanta, dalla Seconda alla Prima guerra mondiale. Il ritmo, il modo in cui l’autore costruisce il tempo del racconto deve molto al cinema; in particolare, la Parigi della “generazione perduta” fa pensare a Midnight in Paris, il film con cui Woody Allen si aggiudicò l’Oscar nel 2012 per la migliore sceneggiatura originale.
La tecnica narrativa disegna una cornice all’interno della quale immette le altre storie: chiaro richiamo a grandi classici della letteratura come il Decameron o le Mille e una notte. La voce narrante è quella di Blasco che, oltre a narrarci “in presa diretta” la traversata del Sahara che lui e Allegra fanno con l’amico Miller, ci riporta soprattutto le tante storie che Miller gli racconta durante la traversata stessa: avvenimenti di cui Miller è stato testimone diretto o episodi che a lui sono stati raccontati, soprattutto dal nonno. I punti di vista si moltiplicano, i racconti diventano discorso indiretto riportato: il libro mima continuamente l’atto primigenio del raccontare storie, in pratica mima continuamente il suo farsi. In questa linea dei racconti tutta al maschile, emerge potentissimo il rapporto nonno-nipote: raccontare, preservare la memoria è un imperativo etico al quale nessuno deve sottrarsi. Dunque, in una cornice narrativa che corrisponde al tempo del racconto, si inseriscono le altre storie. E così, la macrostoria dialoga continuamente con la microstoria, anzi sono le storie piccole quotidiane dei protagonisti che raccontano la grande storia nota a tutti (conflitti mondiali, favolosi anni Sessanta, primavere arabe), ma anche una grande storia meno nota come quella degli italiani emigrati in Nordafrica.

L’uso di questa tecnica ad incastri permette all’autore di passare rapidamente dalla prima alla terza persona con disinvoltura, privilegiando spesso il discorso libero indiretto. Inoltre, le scelte linguistiche avvicinano la prosa di Marelli al gergo giovanile e degli sms: formule come “cazzoneso”, “linguadidante”, “5 stelle da urlo” “eccecredo” sono proprie di un italiano colloquiale, gergale, si avvicinano molto al registro iperbolico dei giovani o alla scrittura semplificata delle chat. Altra caratteristica del libro sono i tantissimi riferimenti ad un patrimonio culturale e sociale preciso. A parte i riferimenti letterari e per così dire ideologici chiari come Hemingway e tutta la letteratura della “generazione maledetta”, quando si parla di Sandro Ciotti o delle rughe di Agnelli usandolo come secondo termine di paragone, quando si citano Per un pugno di dollari, Se piangi se ridi, Vasco Rossi e Zichichi è evidente il reticolato dentro il quale si costruisce la trama del libro. Non che il romanzo non sia accessibile a tutti, ma certo gli elementi, le passioni, i miti che hanno animato alcune generazioni non sono così vivi, presenti e condivisibili nella mente e nel cuore di tutti.
In definitiva, l’autore descrive un protagonista dall’identità doppia, scissa, continuamente alla ricerca di una radice che possa sanare quel senso di spaesamento che non abbandona mai gli esuli, gli emigrati. Anche Miller soffre della doppia assenza che affligge gli emigranti: lui, italoamericano, vive in Italia sognando l’America del padre e di Hemingwey; ma quando riesce ad andare in America, capisce che neanche il Montana sarà il suo posto; alla fine vivrà in Africa. Non si sa se i Paesi nordafricani rappresentino per il protagonista l’armonia perduta o una fuga da tutto. Molto probabilmente sono entrambe le cose. Ed a proposito di Africa del Nord, vorrei chiudere ricordando una storia d’emigrazione italiana troppo spesso rimossa: quella che, fra l’Ottocento e sino a metà del Novecento, portò migliaia di italiani ad emigrare in Africa. Pochi sanno che oltre 150mila italiani (soprattutto siciliani, ma anche livornesi) emigrarono in Tunisia dove esiste tuttora un quartiere chiamato “La piccola Sicilia”. E pochi sanno che nell’Ottocento numerose fanciulle calabresi furono convinte ad emigrare in Egitto con la speranza di fare le balie, ma in realtà finirono per essere sfruttate come prostitute dalla malavita. Spesso, per avere uno sguardo diverso sulle cose bisogna invertire la rotta. In questo caso, invertendo le rotte, sembra che la storia, le storie oggi si ripetano: pensiamo ai tanti africani sbarcati sulle coste sicule, alle tante giovani donne africane che quotidianamente vengono sfruttate sulle strade calabresi. Il libro di Marelli ha dunque anche il merito di averci ricordato che, accanto ai numerosi africani d’Italia, ci sono stati e ci sono tanti italiani d’Africa come il protagonista di questo romanzo.